Aterballetto

Fondazione Nazionale della Danza

Repertorio

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Comoedia - cor. Mauro Bigonzetti

Coreografia di MAURO BIGONZETTI
Musiche: BRUNO MORETTI
Scene: CLAUDIO PARMIGGIANI
Costumi: LUCIA SOCCI
Luci: CARLO CERRI



Quello del viaggio fantastico è un espediente usato da molti poeti per descrivere simbolicamente una discesa all’interno di sè stessi, alla ricerca della conoscenza di quelle forze che danno vita alla complessa “macchina” umana intesa sia nella sua accezione individuale che collettiva.
“Uomo, conosci te stesso, e conoscerai l’Universo” dicevano gli antichi; e fra l’uomo e l’universo tutte le religioni e le antiche filosofie hanno stabilito un legame e un’analogia indissolubili.
Una discesa in sè stessi, quindi, dove i luoghi della mente diventano luoghi reali, fisici, quasi una geografia dell’anima.
La prima parte di questo viaggio, che prende le mosse dall’inferno dantesco, è un’indagine intorno all’aspetto negativo delle singole forze-energie latenti dell’essere umano. Così, ad esempio, l’impulso amoroso è conosciuto e descritto nel suo aspetto di passione cieca e devastante; l’impulso al nutrimento, in quello degli eccessi animaleschi della gola; quello della forza nella violenza, e così via. Insomma, le forze brute e ingovernate come la pietra grezza estratta dalla miniera che attende di essere lavorata per arrivare al suo massimo grado di purezza.
Un viaggio coreografico, figurativo e musicale che vuole essere anche una ricerca di identità in un’unica cultura e in un’unica ideologia, da Dante stesso simboleggiata nella figura di Beatrice.
Quest’ultima è, nella beatifica visione dantesca, vestita di tre colori - verde, bianco e rosso - simboleggianti i tre stadi dell’anima umana, nel suo eterno viaggio verso la perfezione.
Mauro Bigonzetti

Dedica
Durante una funzione liturgica del Venerdi Santo (avrò avuto sette o otto anni), fra gli echi del canto gregoriano e l’odore dolce e pungente dell’incenso, il mio spirito infantile era turbato da torbidi pensieri.
Avevo letto sul libro di catechismo che l’angelo più bello del paradiso era stato precipitato sulla terra perchè aveva osato ribellarsi a Dio. Lucifero, questo era il suo nome, allontanato per sempre dalla sua dimora celeste, avrebbe soggiornato sulla terra per instillare nel cuore degli uomini lo stesso peccato che era stato all’origine della sua caduta: l’orgoglio.

Ero convinto che da qualche parte sulla terra esistesse un luogo terribile nel quale Lucifero si fosse rifugiato, e chissa perchè, mi ero convinto che quel luogo potesse essere nei sotterranei della chiesa che frequentavo, al punto che una notte sognai che da una cappella laterale di quella chiesa si scendesse sempre più in basso nelle viscere della terra. Durante questa discesa incontravo via via genti tutte diverse fra loro, cadute lì sotto quando il Padre Eterno precipitò gli uomini che volevano costruire una torre che si innalzasse fino a Lui e confuse le loro lingue.

Passò il tempo e approdai alla ribellione religiosa della tarda adolescenza in cui tutte queste storie non avevano per me altro significato che quello di antiche e sorpassate credenze di popoli che avevano dovuto costruirsi un immaginario sovrannaturale per poter spiegare quello che la conoscenza di quelle epoche lontane non poteva spiegare.
Lucifero era diventato per me niente più che l’immagine che del male si erano fatta gli uomini del mondo antico.

Ma altro tempo è passato e quel sogno non ha mai smesso di essere presente nella mia memoria.

Lessi Dante e rimasi colpito quando appresi che il suo Inferno era stato concepito come un’immensa voragine provocata dalla caduta di Lucifero sulla terra. Tornai a riflettere sulla figura di quell’angelo ribelle che fra le lacrime reclamava il diritto di riconquistare il paradiso perduto. E’ stato allora che questa figura ha assunto per me un significato ben più grande.

Lucifero: il portatore di luce, che con la sua caduta diviene il simbolo di tutti gli uomini che tentano di riconquistare il luogo luminoso della propria origine.
Quasi a significare che il male, essendo ciò che ci allontana dalla conoscenza, è anche il mezzo che di questa conoscenza ci fa sentire la necessità.
“De profundis clamavi ad te, Domine”.

Dedico questo mio lavoro a tutti quelli che hanno intrapreso il viaggio verso la redenzione del proprio angelo caduto.

Bruno Moretti

Comœdia: Tre quadri
Partire dalla voce di Pound per arrivare a Dante e attraverso Dante arrivare ad ora, a questa “Comœdia” che desidera riportare a noi non la storia, la filologia, l’oleografia né alcun esibizionismo critico ma l’uomo, la figura morale umile e grande che cerca, che spera e che aspira, in cammino verso quella Terra promessa che chiamiamo spirito.
Materia e spirito, questi i due punti cardinali per meglio comprendere a quale tragico Inferno e a quale mistico Paradiso ci si rivolga.
Commedia oppure, ancor meglio, Esilio.
Esilio è una parola che lega Dante a Pound ma è soprattutto la parola che lega e che conduce all’arte, piochè è unicamente attraverso l’esilio che l’arte può intravedere la sua più interiore e disperata terra lontana.
Da questo Esilio, foresta ultra naturam, giunge la voce etica dei fratelli, la voce di Cimabue, di Giotto, di Guido Cavalcanti, di Piero della Francesca, di Giovanni Bellini, quella di Caravaggio, di Delacroix, di Van Gogh, di Dante e di Pound; giunge la voce della dannazione e della santità dell’arte.
Giunge infine la nostra; una mano.
Una mano per descrivere attraverso tre quadri il sentimento e l’emozione che trascina il corpo nella sua lenta metamorfosi verso una luce.
Una mano che si affida all’inafferrabile, al silenzio, alla polvere, al fuoco, al nulla.

Claudio Parmiggiani 24.XI.1997

Prima Rappresentazione:
Reggio Emilia, Teatro Valli
7 gennaio 1998