Nine Bells

Nine Bells2018-11-20T18:26:38+00:00

Nine Bells è una performance per un danzatore-coreografo, un percussionista, nove campane e un light designer, sull’opera omonima del compositore Tom Johnson, nata dall’incontro tra Valerio Longo con la musica del percussionista Simone Beneventi, già premiato con il Leone d’argento alla Biennale musica di Venezia.

Nine Bells esplora le molteplici combinazioni di 9 campane sospese in una griglia 3 × 3, dove ogni campana è situata a circa 2 metri di distanza dalle altre. La musica è prodotta dai rintocchi delle campane, seguendo precisi percorsi intorno all’installazione. Il pezzo induce quindi a camminare moltissimo, più̀ o meno rapidamente, e il rumore dei passi è parte integrante dell’opera. Esplorando sistematicamente tutti i possibili percorsi, dal momento che il percussionista colpisce ogni campana al suo passaggio, risultano anche tutte le possibili melodie. La performance è allo stesso tempo un esercizio fisico piuttosto impegnativo per il performer ma anche un evento di grande impatto visivo per il pubblico. Come in molte sue opere, la teoria e la pratica diventano un tutt’uno per nulla astratto: la struttura del pezzo si vede e si sente allo stesso tempo.

Il sostegno al progetto della Fondazione Nazionale della Danza conferma la centralità dell’interesse alla relazione tra musica e danza, oltre ad essere un segno di stima e riconoscimento verso un danzatore storico della compagnia, ormai avviato verso un autonomo percorso di maturità creativa.

Abbiamo avvicinato questo lavoro mossi dalla curiosità e dal fascino verso un’opera che, per sua natura compositiva, porta con sé un evidente carattere performativo.
L’idea di giocare ad inserirci in quella struttura, di assecondarla e contrastarla, di ignorarla ed accrescerla, ci ha subito attratto ma, dopo i primi ascolti abbiamo cominciato ad accorgerci, sopra a tutto, della potenza dell’organizzazione compositiva, della ricerca caparbia di una spazializzazione che lega il movimento dell’interprete alla costruzione del suono verticale insomma, eravamo al cospetto di un monolite, saldo, potente, incombente e, improvvisamente, eccola, forte ed abbagliante, l’idea per affrontare e giocare con quel pezzo. Il Monolite!

Nine Bells di Tom Johnson, interpretato da Simone Beneventi, sarebbe stata la grande, immanente legge che governa la natura e, Valerio Longo l’uomo, semplice elemento di quella natura, che conduce la sua vita sulla via stabilita da quelle leggi ma che, e qui cominciamo a scomodare indegnamente i più grandi, stupito dalla meraviglia e turbato dal terrore inizia un suo percorso di conoscenza.
Non è certo nostra intenzione tradurre in performance una parte della storia del pensiero umano, abbiamo usato il movimento per raccontare, nel modo che conosciamo, la strada di una maturazione intima e personale, abbiamo liberato l’esigenza della narrazione di una piccola storia che, come tutte le piccole storie sincere, contiene elementi universali.

Carlo Cerri

Come hai immaginato la struttura dello spettacolo e che cosa intendi raccontare?

Ho pensato a dei passaggi evolutivi, partendo dalla nascita intesa non necessariamente dell’essere vivente ma anche di un pensiero, di uno stato emozionale, di una forma di vita, di un processo matematico. L’inizio è un risveglio da uno stadio primordiale, fisico, culturale. È dell’uomo ancora senza norme, ignaro di avere già in sé tutte le sue leggi. Deve solo scoprirle. Il racconto è proprio questo: la ricerca interiore della consapevolezza e della conoscenza. Questa sua prima fase, dopo aver raggiunto la posizione eretta, è vissuta fuori dallo spazio delle campane. C’è quindi il tentativo di inserirsi tra i nove ingranaggi. Lì dentro però non sa ancora come muoversi. È attirato dal suono, dai movimenti del musicista; ma quel percorso deve rimanere libero, e occupandolo viene scalzato. Capendo le regole egli cerca di imporre le sue interagendo con la struttura e spostando la posizione delle campane. Mettendo ordine entra, suona e danza in uno stato di liberazione del corpo. Il musicista è fermo, lo osserva. C’è una sorta di “passo a due” con una figura immaginaria. È la conoscenza con l’altra metà di sé, con la parte irrazionale, femminile, difficile da gestire emotivamente. Subentra la disperazione. Cade, crolla, si rialza, corre in mezzo alle piastre. È il momento dove il suono produce un senso circolare. Pensato come un gioco, i due interpreti corrono insieme, poi si staccano, e ciascuno esegue la sua performance. Anche il costume del danzatore è importante: è come una seconda pelle, dice la sua natura di cacciatore, di guerriero, di un uomo avviato alla conoscenza, che impone le leggi, che domina. Il costume racconta i diversi passaggi narrativi.

Si arriva, infine, al senso stellare, come allo svelamento kantiano: “il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me”.

È stato uno dei nostri riferimenti creativi, forse il filo rosso di tutto il nostro lavoro. Continuando nella descrizione il danzatore, ormai dentro la struttura, gioca col musicista. Convinto di poterlo gestire, lo precede, lo segue, lo anticipa di nuovo nei movimenti, e alla fine lo fa fermare. Entra in successione inversa, interrompe le piastre, bloccandole nella risonanza. Volendo enucleare i vari momenti della performance si può sintetizzare in passaggi da uno stadio embrionale e primordiale, a uno umano; da animalesco, a selvaggio; poi, da un’acquisizione di pensiero, a una scoperta di luoghi. L’uomo diventa un viaggiatore che sperimenta diverse alchimie, diviene padrone del luogo, e lo cambia. La sua è una mutazione costante. Anche le vibrazioni delle campane, pur con la stessa nota, non sono mai uguali, perché il musicista che imprime quel tocco sulla singola piastra lo farà sempre in modo diverso, e quindi anch’io vivo una mutazione. Nine Bells è scoprire la ciclicità dell’essere umano, che si rinnova. Il segno 9 è un infinito non chiuso, ascensionale. Quando mi appresto a chiudere l’ultimo suono della campana non so dove andrò, cosa succederà dopo. È l’ultimo vertice della stella disegnata da Johnson.

Cosa consiglieresti allo spettatore che si accinge a vedere lo spettacolo?

Un consiglio che potrei dare entrando dentro il luogo che lo accoglie, è di non pensarlo come uno spettacolo, ma di cercare di viverlo come un’esperienza; di creare un’empatia con ciò che sente e che vede, il più possibile sgombro di attese. Come quando sei interessato a un libro, lo apri, inizi a leggere, ma non sai che cosa svelerà il racconto.

Giuseppe Distefano

Conoscevi la musica di Tom Johnson per aver già suonato altre sue composizioni. Ma è la prima volta che lavori su questa partitura che lui stesso ha definita “di svolta”, perché è quella che ha aperto la sua fase compositiva più importante.

Nine Bells (1979) è un’opera chiave nella produzione di Tom Johnson, supera l’approccio matematico e lo sviluppo generativo, tipico della sua musica, per sconfinare nella performance vera e propria, nell’uso figurativo dello spazio e nell’architettura di corpi sonori. E’ sintesi tra creatività (si tratta pur sempre di una composizione musicale ricca di tensioni, idee e d’invenzione) e disciplina verso schemi e computi che governano tanto il materiale musicale quanto i movimenti dell’esecutore. Nine Bells esplora le molteplici combinazioni di 9 campane sospese in una griglia 3 × 3, dove ogni campana è situata a circa 2 metri di distanza dalle altre. Divisa in nove movimenti, ciascuno comincia dal suono di una diversa campana e si compie mostrando tutto il processo di elaborazione di una formula iniziale, creando quindi percorsi geometrici dalle figure ogni volta diverse.

L’opera nasce non come composizione scritta per essere suonata da altri, ma come performance eseguita dallo stesso Johnson.

Nacque come sua performance, ma dato il notevole impegno fisico (l’opera dura circa 50 minuti nei quali si corre o cammina senza sosta), avanti con l’età Johnson decise di trascrivere su partitura tutte le istruzioni, per permettere ad altri esecutori di realizzarla in seguito. In quel momento nacque quindi la partitura, scritta in forma tradizionale (note su pentagramma, con divisioni di battuta, durate, pause, dinamiche etc.) e dove le indicazioni di metronomo vanno a riferirsi non soltanto alla velocità della musica, ma anche a quella dei passi, talvolta precisando anche con quale piede cominciare. Completano la partitura, e sono di grande utilità per la memoria dell’interprete, i disegni dei nove percorsi tra le campane, generati da ciascuna scena. Nella prefazione è inoltre indicata l’intonazione e la posizione esatta dove collocare i nove strumenti sul palco. La scelta del tipo di campana è invece lasciata alla discrezione dell’interprete. Tra i pochissimi che si sono fino ad oggi cimentati con questa partitura (una decina forse in tutto il mondo), c’è chi ha preferito usare campane tubolari, o da chiesa, di ceramica o terracotta. Noi abbiamo scelto delle campane a lastra d’ottone, di forma rettangolare. Le prime campane che utilizzò Johnson erano le calotte rosse delle campanelle con martello meccanico che suonavano l’intervallo nei corridoi dei college statunitensi. Ne aveva scelte dunque nove, corrispondenti per intonazione ad altrettante note (in realtà otto, essendo una nota ripetuta due volte), per poi sospenderle con dei fili calandole direttamente dal soffitto e suonarle quindi manualmente, con un battente. Per farlo è perciò necessario muoversi nello spazio secondo velocità e traiettorie diverse per ciascuno dei nove movimenti. È evidente che un’opera del genere non può essere realizzata leggendo la partitura, percorrendo il palco per 50 minuti portandosi appresso uno spartito: deve essere eseguita a memoria.

Quindi dal punto di vista formale, e di tempi, è proprio il gioco matematico che governa un po’ tutto il sistema.

Una delle tecniche compositive dominanti nell’opera è quella, rigorosa, della permutazione: partendo da una sequenza musicale, cambiando o spostando un elemento, una pausa, una nota, si crea una variazione, e la partitura diventa il ciclo intero di tutte le possibili variazioni. Da cui ne deriva la durata di ciascun movimento: la scena, come un inesorabile ingranaggio, si arresta solo dopo aver compiuto tutta la sua evoluzione. Il procedimento è talmente esplicito da risultare subito evidente anche osservando la partitura dal punto di vista grafico (prima ancora di leggerne e interpretarne i valori), nelle simmetrie e sequenzialità di note e pause; e lo stesso vale per i movimenti del performer nello spazio: continue variazioni di un’unica figura generatrice. Un aspetto interessante e peculiare è quello del duplice piano sonoro e temporale, ricco di significato. Il primo, che possiamo chiamare “tempo soggettivo”, è dato dal suono emesso dalle campane, con un ritmo a volte più intenso e serrato, altre più disteso e calmo, e che dipende comunque dalla forza, dall’espressività, dall’energia del gesto dell’interprete. Il secondo, “tempo oggettivo”, è dato dal rumore dei passi, il quale non è affatto un rumore residuale, di disturbo, ma fortemente strutturale. E’ il Tempo con la T maiuscola, che scorre inesorabile e reso udibile dai passi, come ticchettio d’orologio: è il moto perpetuo su cui appoggia il discorso musicale delle campane. Nonostante l’originalità del progetto e l’estremo rigore, che sembra annullare l’umanità e l’espressività appartenente alla musica a cui più siamo abituati (il canto in primis), in un certo senso Nine Bells è ancora una composizione classica: vi si alternano, come in una sinfonia, movimenti veloci, lenti, allegri, adagi, scherzi, tonalità maggiori e minori, tempi ternari e binari, marce, giochi contrappuntisti etc…

L’aspetto performativo è imprescindibile perché non si può eseguire la partitura se non facendo esattamente determinati movimenti e passi. Con Valerio e Carlo Cerri come avete lavorato per accordare musica e danza, matematica e improvvisazione?

Essendo una partitura definita, che nega in maniera assoluta lo spazio all’improvvisazione, abbiamo riflettuto soprattutto sulle caratteristiche di ciascun movimento, e sulla sovrapposizione di coreografia e musica, prendendoci tutte le poche libertà che il compositore concede in maniera più o meno esplicita, quale ad esempio la possibilità di ripensare l’ordine dei nove movimenti, e creare così, con la coreografia originale, un nuovo percorso narrativo. E’ stato utile, in fase iniziale, identificare simbolicamente ciascuno di essi con un’idea archetipica, o un’immagine tecnica e concreta. Ad esempio, uno è stato rinominato in fase di studio “passo a due” in quanto giocato sull’alternanza di due elementi facilmente identificabili come “maschile e femminile”: suoni molto spigolosi, metallici, taglienti, e suoni rotondi, morbidi, in dialogo fra loro all’interno dello stesso schema. Quando abbiamo scelto questa partitura, era evidente a tutti e tre che si trattava di una sfida impegnativa. Creare su una musica talmente rigorosa e unitaria (e ingombrante anche in termini di spazio, per via della voluminosa installazione) una coreografia che non risulti una sovrapposizione ma qualcosa di integrato, è più complesso rispetto a lavorare su una musica articolata in funzione delle esigenze coreografiche: improvvisata o scritta, registrata o eseguita dal vivo, pre-esistente o creata ex-novo che sia. Fondamentale è stato dunque trovare una chiave di lettura per ciascuno di questi movimenti e permettere un accesso a Valerio tanto come coreografo quanto come esecutore. Ma, avendo ciascuno dei nove movimenti un’identità, un’anima talmente forte e differente, quella che sembrava una sfida troppo ambiziosa si è rivelata un’opportunità preziosa per mettere in gioco le reciproche sensibilità.

Ci sono quindi dei momenti d’interazione?

A volte Valerio entra dentro l’installazione e suona, si muove con me, guidato dal tempo dei miei passi. È una pulsazione alla quale tutto si ricollega, anche nelle parti più libere e informali dove il tempo dei movimenti del danzatore è completamente svincolato dalla struttura rigorosa.

Allo spettatore cosa può suscitare emotivamente una simile partitura apparentemente fredda? Quali consigli daresti per entrare dentro la visione e l’ascolto di Nine Bells?

Le arti performative oggi devono fare i conti con una capacità e un’attitudine alla ricezione e alla concentrazione sicuramente più limitate rispetto al passato. Nine Bells è una sfida. Un’opera di 50 minuti, con pochi elementi, ma all’interno dei quali c’è un’alternanza sottile, chiede al pubblico anche un po’ di sforzo: non fermarsi all’impatto dato dal primo movimento, dalle prime battute, dai primi passi, ma di aprirsi ad un universo sonoro nuovo e ad una performance originale e autentica. Una volta entrati in questo suono molto riverberante e avvolgente, l’orecchio si abitua, l’occhio inizia a cogliere anche i movimenti del performer, a riconoscerne le geometrie, e, perché no, a godere di un gioco matematico e di forma, che ha una sua bellezza. La situazione più idonea, ma impossibile da realizzare, sarebbe avere lo spettatore dentro il reticolo delle campane. Con una disposizione tradizionale del pubblico in platea, non è dato ad essi di vivere l’esperienza immersiva dentro questo spazio vibrante che invece sperimentiamo io e Valerio: muovendoci tra queste fonti, 9 sorgenti sonore distinte, in una variazione continua di vicinanza e lontananza, l’ascolto è assai cangiante e naturalmente diverso da quello frontale dove tutti i suoni si miscelano e arrivano, più o meno distintamente, al pubblico. La fruizione ideale, già praticata e suggerita anche da Johnson, sarebbe avere tutto il pubblico attorno alle campane: una vicinanza che accresce il valore dell’esperienza. Un’altra risorsa che aiuterebbe il pubblico ad entrare ancora più in contatto con l’opera, sarebbe quella di visualizzare dall’alto i movimenti geometrici dei percorsi, per esempio riempiendo il suolo di sabbia, in modo che, insieme alla scia sonora di risonanza, rimanga anche la traccia dei passi, i quali disegnano via via cerchi, ellissi, stelle, diagonali.

Ciò non toglie che l’ascolto richiesto sia impegnativo…

Sì e no. Da un lato è una musica molto semplice e lineare, che rinuncia alla complessità della musica classica, solitamente densa di informazioni che si stratificano creando un’architettura musicale sia verticale (armonica) che orizzontale (melodica), realizzata con mezzi talvolta complessi come l’orchestra sinfonica o più semplicemente, ma non meno intensamente, con pochi strumenti da camera. Certamente un tema conosciuto è molto più gratificante, più facile da ascoltare. Qua è diverso. Sono poche note, sono formule, e credo che possa essere di grande soddisfazione per lo spettatore riuscire a comprenderne il funzionamento, perché nella sua semplicità si lascia leggere, capire, ascoltare anche negli elementi più strutturali. Cosa invece assai più complessa per quanto riguarda la musica classica dove l’ascolto analitico è materia per pochi. Anzi, credo che dopo un po’, entrando nel gioco, formule semplici diventino intuibili al punto che il pubblico, riconoscendole, può quasi anticiparne la soluzione, il seguito. Tutto questo non sostituisce di certo l’esperienza emotiva dell’ascolto spontaneo, che nemmeno qui però viene a mancare. Sta agli interpreti mantenere viva nel proprio percorso di ricerca, l’importanza centrale della comunicazione con il pubblico: qui sta la sfida di Nine Bells.

Giuseppe Distefano

Prossime date

Coreografia
Valerio Longo

Regia, scene e costumi
Valerio Longo e Carlo Cerri

Musica
Nine Bells di Tom Johnson
Eseguita dal vivo da Simone Beneventi

Luci
Carlo Cerri

Consulente critico
Giuseppe Distefano

Interpreti
Valerio Longo e Simone Beneventi

Produzione
Fondazione Nazionale della Danza / Aterballetto

In collaborazione con Associazione La Sfera Danza

Durata 50’

Anteprima
6 ottobre 2018, Teatro Verdi, Padova

Prime rappresentazioni
10 ottobre 2018, Fonderia, Reggio Emilia
13 ottobre 2018, Teatro Franco Parenti, Milano